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TRASFORMARE LA SCHIZOFRENIA IN ARTE
Intervista a Lukas Moodysson a cura di Eva De Clercq e Marco Luceri
Lei ha esordito scrivendo alcuni libri di poesie e un romanzo, poi ha deciso di passare al cinema. Scrive ancora?
Resto fondamentalmente uno scrittore. Dirigere film è solamente un hobby.
Ci sono stati dei registi a cui ha guardato durante la sua formazione?
La prima volta che mi venne l'idea di fare cinema fu dopo la visione di
Twin Peaks. Per il resto, se dovessi scegliere alcuni film che mi hanno
veramente colpito, direi Steel Magnolias di Herbert Ross, Gummo di
Harmony Korine, Hôtel du Nord di Marcel Carné, Fanny & Alexander di
Ingmar Bergman, Stalker e Lo specchio di Andrej Tarkovskj, 4 mesi 3
settimane 2 giorni di Christian Mungiu e infine la serie-tv Friends.
Quando avvenne l'incontro con Lars Jönsson, che ha prodotto tutti i suoi film?
L'ho incontrato per la prima volta verso la fine della mia formazione
al Dramatiska Institutet di Stoccolma. Aveva visto il mio film di fine
anno: En uppgörelase i den undre världen (Showdown in The Underworld,
1996). In seguito gli ho fatto pervenire molte sceneggiature che
tuttavia non lo convinsero, anche se continuava a incoraggiarmi. Alla
fine riuscii a scrivere una sceneggiatura che gli piacque molto, quella
di Fucking Åmål (Show Me Love, 1998).
Ingmar Bergman ha definito Show Me Love il «primo capolavoro di un giovane maestro» e per molti è ancora il suo miglior film...
Ingmar è un caro amico. Quando era ancora vivo non eravamo molto vicini, ma ora parlo tanto con lui e mi aiuta sempre.
In Show Me Love lei ha descritto in maniera straordinaria le
pulsioni, i dubbi e i turbamenti delle ragazze adolescenti. Come è
riuscito ad avvicinarsi a questo mondo spesso così chiuso?
Mi sono tuffato nei ricordi.
Nella comune di Tillsammans (Together, 2000) vivono sotto lo stesso
tetto molti personaggi diversi. Lei a chi si sente più vicino?
Mi identifico con tutti i personaggi. La magia di fare un film è proprio questa: trasformare la schizofrenia in arte.
Le sceneggiature di Show Me Love e Together sono piene di dialoghi
brillanti e scene a effetto. Quanto è importante per lei avere una
buona sceneggiatura prima di affrontare le riprese?
Direi che è fondamentale.
Show Me Love e Together sono i suoi unici film in cui c'è un happy end. Come mai?
In tutti i miei film c'è sempre una speranza. Sono sempre ottimista, ma non cieco.
Lilja 4-ever (Lilya 4-Ever, 2002) tocca un tema importante: il senso
del sacro nella vita delle persone più svantaggiate e dei paesi più
poveri. Secondo lei nel ricco Occidente si è perso?
A questa domanda dovrebbe rispondere qualcun altro.
Che colpe ha la Svezia o più in generale l'Europa Occidentale rispetto ai paesi dell'Est?
Non so di chi o di che cosa sia la colpa. So solo che la sacralità
della vita umana è uno dei temi più importanti del mio cinema.
Ci sono due aspetti che sembrano comunque legare Lilya 4-Ever a Show Me
Love: i protagonisti ragazzini che sognano una vita diversa e
l'importanza dell'ambientazione. Come ha legato questi due aspetti?
Mi affascina molto sapere com'è vivere in luoghi diversi e mi interessa
soprattutto come si cresce in questo o quel luogo. Mi piace camminare e
fantasticare su come sarebbe stata la mia vita se avessi vissuto in
quella casa, o in quel quartiere, in quel paese o da qualsiasi altra
parte.
Come ha trovato i due attori di Lilya 4-Ever?
In Russia, tramite dei provini basati essenzialmente sull'improvvisazione.
Più in generale come procede nella direzione degli attori?
Cerco di dare loro molta libertà, ma il giorno in cui mi sento stanco, stupido o insicuro, li voglio controllare.
Dopo il successo internazionale dei suoi primi due lungometraggi,
Show Me Love e Together, la storia di Lilya 4-Ever non ha convinto del
tutto la critica italiana. Infatti dopo aver ricevuto giudizi positivi
per i primi due film con l'avvento di Lilya 4-Ever si è verificato una
progressiva ostilità nei confronti della sua opera. A cosa è dovuto,
secondo lei, questo cambiamento?
Cerco di non preoccuparmi di ciò che pensano le altre persone del mio
lavoro. Ho paura soprattutto delle reazioni positive, perché ti fanno
sentire lusingato e ti spingono spesso a fare lo stesso film per avere
le stesse reazioni. I giudizi negativi sono naturalmente più dolorosi,
ma molto più costruttivi. Un giorno qualcuno mi ha detto: «quando la
gente ti sputa in faccia ti purifica gli occhi».
Dopo i primi tre film in molti si aspettavano una sua migrazione in America. Ha mai ricevuto delle offerte da Hollywood?
Non ho nessun interesse ad andare a Hollywood.
Dopo Terrorister - en film om dömda (Terrorists: The Kids They
Sentenced, 2003) arriva il suo film più discusso, Ett hål i mitt hjärta
(A Hole in My Heart, 2004). Doveva essere un film ad alto budget
sull'industria americana del porno, poi è diventato un film
indipendente assai diverso rispetto ai suoi precedenti. Come è avvenuto
questo passaggio?
Non mi piacciono i film ad alto budget.
I personaggi di A Hole in My Heart sono reclusi in uno spazio
claustrofobico. E' questa la dimensione in cui ci troviamo oggi, quella
del Grande Fratello?
Questa è una buona domanda, ma non ho un'altrettanto buona risposta.
Container (2006) sembra proseguire sulla strada di A Hole in My
Heart: la narrazione è addirittura affidata a una voce over. Spesso
viene citata nel film la figura della cantante pop Britney Spears, come
mai?
Container è probabilmente il film a me più vicino, però non credo che
sia molto simile ad A Hole in My Heart, in cui ho cercato di
distruggere qualcosa, di costruire una rovina. Con Container invece
volevo dipingere un'icona, qualcosa di molto fragile, ma non rotto. La
voce di Container è preoccupata per le cosiddette celebrità, non come
soggetti di spettacolo, ma come veri esseri umani. Tuttavia, nonostante
le differenze, Container e A Hole in My Heart condividono il tema della
difesa della sacralità umana.
Nei suoi film spesso i personaggi sognano di diventare qualcun
altro, magari, per l'appunto, star della musica pop. E' una perdita
d'identità o semplicemente la vittoria del divismo più volgare e
rumoroso?
E' tutte e due le cose. Non dobbiamo mai dimenticare che anche le dive e i divi più volgari sono degli esseri umani.
A proposito di musica, le colonne sonore dei suoi film spaziano da
pezzi di musica classica a brani pop-rock. Come procede nella loro
scelta?
E' un processo intuitivo. Le colonne sonore devono sempre aggiungere qualcosa, una sorta di livello superiore.
Mammut (Mammoth, 2009) è il suo film produttivamente più grande, con
protagonisti due star internazionali. Perché l'America stavolta?
New York è il centro del mondo, o almeno così sembrava quando ho
scritto la sceneggiatura. Mi piace molto il film, penso sia al contempo
dolce e triste, quasi meditativo e gli attori sono meravigliosi. Parla
di questioni molto importanti: il modo in cui trattiamo i nostri figli,
le differenze tra ricchi e poveri. Quando alla proiezione per la stampa
al Festival di Berlino una parte del pubblico ha fischiato il film ero
molto soddisfatto. In quel momento avevo capito che il film era
riuscito. E' stato un film veramente difficile da dirigere. I film ad
alto budget creano sempre molti problemi. La prossima volta farò un
film a basso budget.
In Mammoth sembra esserci un grande senso di speranza riposto nei bambini. Cosa sente di voler lasciare ai suoi figli?
Penso che i messaggi ai propri bambini non dovrebbero essere inviati
attraverso i film. Tuttavia oggi i più piccoli vengono spesso
dimenticati dalla nostra società. A volte sembra quasi che stiamo
costruendo un pianeta di orfani.
Nei suoi film c'è una grande attenzione al mondo delle donne e alla
loro vulnerabilità. Spera di sensibilizzare il pubblico su queste
problematiche? In Svezia c'è veramente una parità sostanziale tra
uomini e donne, come si crede in Italia?
In genere le donne sono più interessanti rispetto agli uomini e credo
che il mondo sarebbe un posto migliore se le donne avessero più potere
di quanto non abbiano oggi. Ma non ne sono sicuro. Ci sono anche tante
donne stupide.
Si sente un femminista?
Femminista è solo una parola e le parole significano cose diverse per ogni persona.
Lei ha scritto anche una pièce teatrale. Qual è il suo titolo, di cosa parla e che fine ha fatto?
Parla dell'ex Ministro degli Esteri svedese. Tutti i teatri del mio
paese l'hanno respinta e all'estero non posso presentarla perché parla
in modo specifico della politica e dei media svedesi.
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